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Maria Lenti

Per i giorni di feste, non rinunciando a sentire vicini amici e amiche, sul ricordo e sulla reminiscenza dolce, ed essendo ancora legati - nonostante lavori e luoghi e spazi lontani (dagli occhi, ma non dal cuore) -, io ho inviato una poesia, intitolata  (preghiera).

 

renitenti alla ragione

onnipotenti ai soldi

armipotenti  holding

impenitenti ai saldi

 

fuori da ogni sguardo appassionato,

violando a più riprese nomi e suoni,

fanno scempio di creature animate

e inanimate (ma animate di un fiato

dato anche al nostro fiato),

di acque e terre di cieli e vie di poesia

(Laudato sie,  mi’  Signore, cum tucte le tue creature)

 

se vale la protesta

se resta la preghiera

se questa è una preghiera,

profonda dal mio cuore,

“Laudato sie, mi’ Signore...”

 

 

(Non è occasionale. E’ uscita, infatti, su <<L’Ortica>>: i redattori la conoscevano dalle giornate nel “Parco delle Foreste Casentinesi” del settembre 2004. E’ nata, tuttavia, all’inizio di giugno, dopo una di quelle notizie dall’Iraq, di corpi spenti e di sangue, notizia associata nella mia mente ad un pensiero di Christa Wolf:  avendo saputo dai giornali o dalla radio di depositi di scorie nucleari nella  sua DDR,  Wolf scriveva (metà anni ottanta, mi sembra) che era subito scesa in giardino a piantare un fiore. Il fiore-metafora di giorni da vivere sul seme di qualcosa che fa vivere e non dilapida, né disperde, né distrugge).

 

Preghiera,  nelle mie intenzioni  laica, con i piedi su questa terra con tutte le sue creature di vita, per dire che la testa pensa e vigila e la sua presenza è più che mai indispensabile, necessaria.

 

Io non so quale effetto sortirà la presenza continua nelle manifestazioni, nelle iniziative, negli scritti (l’invito di Anna Santoro me lo conferma), nella pratica giornaliera: ma so che intanto ripartorisce (come negli anni della ricerca della nostra autonomia di donne e del nostro essere nella differenza) la consapevolezza di dove stare e con chi stare e come starci: senza armi, perché le rifiutiamo e perché agiamo la non-violenza e quindi  rifiutiamo la sopraffazione, le preventive difese, le bugie a iosa, le falsità capitali ad usum capitalismi; senza armi perché agisco il conflitto, i conflitti, con la relazione. Lo richiede il momento politico, la riflessione di chi è dentro la politica come me. (preghiera) come testimonianza di relazione.

 

 

La poesia la dedico anche, con un po’ di stupore accorato, alle ragazze, alle donne giovani, che condividono le scelte di guerra e che in guerra sono andate là o da altre parti: lavoro? stipendio indispensabile per cominciare ad essere grandi? acquisizione dei modelli maschili? assimilazione? indifferenza alla differenza di genere? o ignoranza della differenza di genere? altro?. 

 

Cerco di capire che cosa sia intercorso, tra  le noi ragazze di allora e le ragazze di oggi, nei venti anni - o giù di lì - dalla “fine” gridata del femminismo a questo oggi silenzioso. (Versante silenzioso, ma non sempre: la pessima legge sulla fecondazione assistita ci ha trovato vicine, giovani e non).

 

Vi è stata l’interruzione della relazione, di una scoperta, cioè, sapienzale, che ha permesso, da  allora, di non disperdere elaborazioni e una pratica cui, più o meno rapidamente, più o meno radicalmente our con asprezze nei contrasti, negli anni settanta-ottanta e oltre, eravamo giunte e che oggi sono per noi donne grandi conoscenza e, ancora, pratica politica.

 

Un punto del mio stare al mondo mi fa sentire particolarmente vicina a quel pensiero-gesto di Christa Wolf: non dare nulla per perduto o per raggiunto e, ogni volta, ricercare il “mettere al mondo” tanto più quando il contrario lo contrasta nella realtà.

 

Ricercare l’anello che reinizi la catena relazionale tra la mia, la precedente e l’ultima o l’ultimissima generazione di donne. Come? Dove? In famiglia, a scuola, nei luoghi  misti, dentro i partiti, le associazioni, i sindacati, dentro i mille e uno incontri  dello stare insieme non istituzionale e pertanto, almeno in teoria, meno rituale e assorbente (tempo libero, lavoro, scuola-università).

 

La relazione può insinuarsi dentro l’omologazione e romperla?

 

La domanda è astratta e non può avere risposta se non provando a  prendere il filo lì dove lo abbiamo, orgogliosamente, lasciato perché per noi tutto sembrava chiaro. Per noi e per chi sarebbe venuto. Invece… Per questo, ricominciamo.