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Anna Lombardo

Didone ad una kamikaze: una ragione in più

di Anna Lombardo

 

Le prime donne-kamikaze erano già all’orizzonte quando ho scritto “Didone ad una kamikaze”. Mi trovavo, come donna, in una situazione d’incredulità, confusione e anche ammirazione. Tuttavia mi tormentava un desiderio di capire il motivo di quella svolta clamorosa della lotta da parte di tante donne, di quell’apparente abbandono. Che cosa significava quell’asservimento, quello scimmiottamento di pratiche decisamente maschili?

Notavo in quel periodo - ma era cominciato da un bel po’- che nel cinema ed anche nella letteratura la figura femminile andava mutando: diventava sempre più vicina, confusa con una Alien, una dura capace comandante che metteva in gioco il proprio corpo ingaggiando battaglie contro mostri terribili che riecheggiavano probabilmente assurde paure ancestrali maschili verso la donna stessa. Una donna combattente che in letteratura aveva una sua storia, un suo spessore umano, una sua dignità mentre qui si annullava, spariva. Nella storia della nostra Repubblica avevamo avuto ritratti (spesso dimenticati o oscurati da atti eroici maschili) di donne che avevano combattuto durante la Resistenza, lottato nei lager nazisti, ma rimaneva sempre nello sfondo, e comunque si manifestava come molla principale, la lotta per la democrazia e la libertà di tutti. Nell’attitudine della guerra che si stava portando avanti in Cecenia ma anche in altri paesi musulmani non s’intravedeva come obiettivo una qualche pretesa di liberazione ed affermazione della donna in quanto tale.

La legge sulle “donne soldato” in Italia, che cercava di far fronte alla disoccupazione femminile sempre più appariscente nel paese, intanto impregnava già sia l’etere sia le fantasie: vagavano, infatti, spot televisivi che mostravano giovani donne contente e soddisfatte di “servire”. Lo scopo vero rimaneva però nell’ombra mentre le violenze psicologiche e sessuali subite dalle marines, già operanti nell’esercito statunitense, restavano intrappolate in spazi ristretti di pochi quotidiani attenti all’evoluzione/involuzione dell’ossessione militare-colonizzatrice sempre crescente degli stati cosiddetti forti.

Mi chiedevo cosa spingeva quelle sorelle contemporanee a mettere in scena la propria morte, il loro sacrificio in quel modo tragico e definitivo. Quando non c’è speranza, sei sotto occupazione, hai poche chances giochi il tutto per tutto: meglio morire che essere schiavi, questo il leit-motiv di ogni storia romantica che si rispetti. Qui, però, l’esistenza reale, pulsante era in gioco. C’erano donne, spesso giovanissime, che improvvisamente si facevano saltare in aria con un disprezzo verso la vita da far paura.

Cominciai ad andare a caccia di testi che trattavano della condizione femminile nei paesi in conflitto; in quei luoghi, dove a parlare era solo la forza esplodente delle armi, erano quasi sempre le donne destinate a divenire vittime, il capro espiatorio, l’agnello sacrificale. Esse non avevano diritti, erano inesistenti, invisibili; si potevano violentare, addomesticare, usare, perfino uccidere (come avviene attualmente in Guatemala con la complicità e buona pace di tutti). Queste donne (e di certo anche gli uomini) erano costrette in qualche modo a guardarsi in specchi già predisposti, vivevano situazioni che annullavano la coscienza stessa del loro essere donne e persone. Virginia Woolf aveva guadagnato invano tre ghinee? 

Nel libro della giovanissima giornalista russa Julija Juzik “Le fidanzate di Allah”, manifestolibri, sulle donne-kamikaze in Cecenia, scoprii con orrore che quello che intuivo inconsciamente era dura realtà: quelle ragazze non avevano futuro, non erano identificabili. La necessità ed il diritto all’esistenza nonché una sorta di riscatto della propria invisibilità le portava ad immolarsi asservendosi ad un rito estraneo e contraddittorio rispetto al loro essere donna. La ricostruzione fatta dall’autrice della breve vita di alcune di quelle protagoniste per un giorno era a tal proposito illuminante. La commistione tra religione e idea di nazione appariva molto forte e rimandava ad una visione di società che non nutriva molto interesse ad offrire il necessario spazio alla donna per esercitare il suo esser donna.

L’atteggiamento dei media occidentali spesso era di condanna, di commiserazione e/o di orrore verso questa nuova immagine “truculenta” di donna e di madre alla quale non ripugnava mettere in pericolo la vita di bambini o ucciderli (la strage di Beslan fu un’amara goccia), ma non metteva in luce quello che era accaduto o stava accadendo a queste giovani vite.

Cominciai ad andare indietro nel tempo ricercando precedenti e riscoprii la figura della disperata e dolce Didone. Il suo motivo apparente era stato l’amore tradito da Enea. Se avesse potuto sopravvivere, se avesse potuto rinunciare alla tradizione, agli schematismi? Se avesse potuto dirci cosa aveva appreso da quella terribile esperienza? In che modo gli antichi ci rispondono, e noi che cosa domandiamo? Possono ancora aiutarci?

Piano piano Didone si affacciò come testimone super partes ma profondamente dentro la nostra storia, le nostre aspirazioni, le gioie, i dolori. Lei conosceva bene cosa l’animo umano cerca e soprattutto cosa potrebbe inseguire quello femminile. Attraverso quel domandare Didone mi svelava l’inutilità del suo gesto (“a nulla vale quando l’amato/ l’anima sua non presta”) e la necessità invece di volgere le attenzioni, la propria energia e l’intelligenza verso la comprensione e la realizzazione di sé e delle proprie sorelle. Il riconoscimento che può esserci un desiderio per sé, per la propria visione, un qualcosa che non appartiene e non può essere guidato o gestito da nessun cuore o mente maschile, mi rendeva Didone quasi superiore; le conferiva ai miei occhi l’autorità di parlare a questa donna moderna che commetteva atti antichi e mi dava una ragione in più per riaffermare l’urgenza di una discussione e di una presa di coscienza verso modalità di lotte che seguono altri sentieri, altri scopi.

Didone emergeva come la prima Kamikaze della storia che rispecchiava modalità ed usi tipicamente maschili. Su quest’apparente abbandono volontario della vita, c’era bisogno di riflettere perché esso metteva in risalto una pratica che soddisfaceva le ragioni dell’altro non le proprie. Mi diventava urgente poeticamente parlare alle mie simili, richiamare la loro attenzione sul dato che ci sono modi diversi di inseguire i propri sogni, i propri desideri. Modi che devono necessariamente partire da noi e per noi: questo mi sembrava il testamento postumo della Regina.

Didone, dunque, come regina, non più “abbandonata” e coperta dal velo romantico e pietoso di Virgilio, ma donna finalmente che accoglieva le sue contraddizioni e riconosceva la pericolosità di esistere solo in funzione dell’altro e alla sua ombra.

 

 

Didone ad una Kamikaze

 

Voglio venirti in sogno ogni notte

sciogliere lacrime tue

inconcludenti

sono sorella  a te lontana

ma ora ascolta la speranza

 

Quando il vento venne

a parlarmi delle grandi sventure

che egli aveva dietro e innnanzi

-io che tutte le conobbi-

 fiduciosa e solidale

offrii  la mia gente

 

potei salvarlo dalle acque, certo,

ma il fato stava stretto dentro l’antro

e lui, più che al sole e alle gioie nostre,

a quello s’infiammò mestamente!

 

più neanche il sogno

della grande mia Cartagine

bastò al cuore gonfio

 

salii  quella pira

come fosse là il luogo dell’ incontro

credendo che da lontano

il fumo l’avrebbe richiamato

 

inutili, sorella, gli sforzi miei

ed ora da questo lato

vedo sbiadire le rosse fiamme

 

son qui per avvisarti :

non bruciare gli anni tuoi

che sono belli e gli unici che avrai

-ascolta, ascolta questo pianto

e dimmi : quanto valse la mia pena?

 

Io  te lo dico segnando il giusto passo

a nulla vale quando

l’amato l’anima sua non presta

 

Ecco, ti vedo intenta

a preparar  con cura ogni tua mossa

ad allacciare quei mortaretti stretti

-eh sì, lo scoppio sarà grande

la paura e lo sgomento anche

ma a te piccole briciole resteranno

a guardare con raccapriccio le alte stelle.

 

Io che salii la pira

lo giuro forte a nulla valse la mia morte

e il desiderio di amene passeggiate

sguardi obliqui al nostro mare

il vento mattutino tra i capelli

sonore risa di sorelle, avide mani sulla creta

pesa  ancora a me come macigno

 

Non più tempo è ora di sacrificio

-la terra lo ripudia, mia compagna! -

lascialo agli stolti ignari

di quanto può essere dirompente

la vita tua tutta proseguire

il fiume tutto quanto risalire

con la certezza non solo speranza

di aliti tuoi a riempire quest’aria

 che già d’attorno si va profumando

di salite e dolci rose da inseguire

 

io non ti dico proprio ciò che devi fare

ma spegni il fuoco che non ti appartiene

e vesti il corpo sole con la luna

restituendoti, o mortale,

i sogni impetuosi dei bambini

 

e vela poi le tue forti navi

che l’occhio stanco è di strabuzzare

con stinte sottovesti lungo il mare

parti spegnendo ogni pira

che il fumo potrebbe provocare

 

Loro di me trassero rime

cullarono per troppo la mia pena

- a te confesso senza vergogna

che lesta fu ad abbandonarmi

e come scintilla a terra cadde spenta-

 

ma tu prendi la mia più bella parte

guarda le tue mani e dissotterra

quell’alba che per troppo fu tramonto

e corri fuori , dillo a tutti:

 Didone per sempre vi abbandona

e maledice quella stirpe

che il fuoco ama più del suo calore

e che potendo adesso di certo quella pira

giàmmai più le infiammerebbe il cuore.

 

Anna Lombardo