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Paola Febbraro

ARIE DI GIUGNO

anche ''forzate''

 

 

 

scampanellii sono diventati quei sonagli di serpente

quella Sua (privata) vostra angoscia della fine del mondo

 

non aver fiducia nella gente che vive tutti i giorni

è sempre questa la stessa storia

ed io qui e altrove

diserto

 

e se quì  è la mia forza e l''energia

anche d''amore incustodito e di veggenza che porta

o che ha portato ancora davanti alla porta

la paura di essere al fine processata morta e condannata

per non aver aderito

nè all''una nè all''altra parte del mondo di soli uomini

che fanno e hanno disfatto

la Storia

 

loro hanno spesso desiderato io fossi loro

solo compagna fidata

sempre

 

ed io allora dispersa

per accorgermi poi però che alcune donne chiedono ancora a me

poeta che non ha voluto essere chiamata tale

e ha sbagliato ma lasciatemi sbagliare!

di prendere parte o per l''una o per l''altra

sempre parte della stessa storia

 

la sinfonia è sempre quella

 

 

*

 

odio chi odia il mondo e per questo scrive o aleggia della sua fine e noi con Lui

perché porta un rancore che non frutterà se non

ordine e disciplina

senza alcuna considerazione per le singolarità che fanno la comunità

 

qualche volta sono spesso le troppo politiche ad offendere le altre

con vita senza nessun desiderio nessun amore nessuna liberazione

dallo sfruttamento del lavoro

qualsiasi lavoro quello che anche è detto

volontariato

per altre simile a passione

 

il suo fiore

(la pianta è quasi parassita)

qui si chiama croce fiorita

 

qui vicino a Santa Croce in Gerusalemme ce n’è un esempio bello

nell’orto benedettino e sembra possa essere stato decorato, il fiore

sopra uno degli strumenti musicali di araba fattura quassù al primo piano del museo

da dove vi sto in parte scrivendo

 

questa divisione tra intelletto e manualità

noi non possiamo più tollerarla

 

*

 

le arie di giugno han suonato come i trilli delle mie rondini

così violente a volte per il capogiro

 

vanno veloci le rondini forse troppo

ma non siamo rondini e il troppo stroppia

come diceva Vittorio proverbiale

 

ed io abbandonerò di sedùrmici

ché troppo l''ho sedotto:

il capo il giro lo stroppio

 

Maria essendo il mio secondo nome

che in Italia è come dire acqua aria

 

e quello che mi mancava era l''arrivo di una lettera

da un''amica che mi ricorda:

sei ora nel bozzolo

questo è il momento di accettare la propria delicatezza.

 

 

*

 

e quanto mi fulminava invece quando si leggeva che le donne

è meglio siano quelle che non sono state schifettose

annullando così ogni tipo di infermiera:

è peccato fare l''infermiera

che tipo di divieto è mai questo

 

ancora con questo  vezzo o  propensione per le eroiche le eroine

per le singolari tenzoni che rischiano poi le matriarche

piene di figlie che non hanno saputo capire il loro valore

 

senza rispetto le une per le altre perché senza genere di appartenenza se non di colore

rosso o nero o bianco

 

ancora queste cose quando ci sono bambine e bambini che non muoiono di fame

questo è il punto del rossore:

perché c''è chi li sfama

che neanche a memoria i loro nomi ad uno ad uno

tutte le sere

e noi li a lamentare ancora

perchè perchè perché gli uomini fanno la guerra ?

Non è una domanda questa questa è una ''malattia perdigiorno''

di alcune donne.

 

Dire meglio, precisare: fra loro, perché si fanno la guerra fra loro

coinvolgendo in questo l''umanità intera?

Se ti chiedi da quanto tempo questo accade

ti si annebbierà la vista ricordando quante parole hai letto

in così tanta letteratura

sull''argomento

lo stesso

e

anche la causa per cui ti si chiede di combattere così

riappare.

 

Poi viene la forza la calma e l''appartenenza

 

e allora sporcate le mani nelle guerre fratricide

ma che sia stato anche sangue

familiare

quello che di cui si scrive

per me poi non è potuto che essere

la scoperta, solo dolore, non vittoria, pena,

e oggi forza di adesione e riconoscenza a quelle braccia a quelle gambe a quella delle donne

intelligenza familiare

che ancora di buon senso ci può dar prova

 

perché disfarla ogni volta tra noi

per pensare?

 

 

paola febbraro

2005